L'ISOLA

 

 

 

 

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Prime catalogazioni e testimonianze storiche

  

 

“Quest’isola vien ad essere di 28 miglia di circuito in forma di parallelogrammo con due capi d’erte balze che piombano sul lido nominati li spalmatori… Si trova a sei miglia distante da quella di Sant’Antiogo. Ella è assai montuosa di bellissimo aspetto con spaziose valli e pianure verdeggianti… Ricca d’alberi d’ogni genere però selvatici, e molto buoni per il servizio dell’artiglieria, non viene abitata da alcuna persona ma bensì da una infinità d’animali selvatici come mofloni, caproni, cavalli, lapini e lepri abbondantissimamente… Sopra la costa si vedono le vestigia di una vecchia cappella dedicata al medesimo Santo alquanto elevata sopra un ponticello”.

 

A queste osservazioni dei funzionari del Regno di Sardegna, nei primi anni del 1700, si aggiungono tutte le altre notizie e descrizioni che studiosi, viaggiatori e naturalisti fecero della Sardegna e dell’Isola di San Pietro tra il XVIII e il XIX secolo. Uno dei primi osservatori fu il gesuita Francesco Cetti, insegnante presso l’Università di Sassari, che tra il 1772 e il 1774 realizzò un’opera in quattro volumi sulla vita animale della Sardegna, all’interno della quale compaiono alcune straordinarie pagine sull’isola di San Pietro.

Fu poi il generale La Marmora che, esplorando per più di trent’anni l’isola tra il 1819 e il 1885, elaborò una grande quantità di notizie analitiche sulla natura della Sardegna raccolte in quattro volumi dal titolo Viaggio in Sardegna. Segnalò la presenza sull’isola di San Pietro del falco grillaio, della foca monaca , del gatto selvatico e della volpe, precisando peraltro che quest’ultima era stata importata dall’uomo, del coniglio e della martora.

Scoprì tra l’altro una nuova specie di falco: Questa specie pare nuova per la scienza; il mio collega prof. Giuseppe Genè a cui ho consegnato questi uccelli, ha letto all’Accademia di Scienze di Torino nella seduta del 5/5/1834 la prima descrizione di questo falco per cui propone il nome di Falco Eleonorae e individuò la presenza abbondante della Pinna nobilis dal cui filamento si otteneva il bisso per la fabbricazione di scialli, cappelli e soprattutto guanti.

 

L’isola di San Pietro fu pure visitata dal botanico torinese Giacinto Moris che, nella sua monumentale opera del 1858 Flora Sardoa sulla storia delle piante in Sardegna e isole adiacenti, segnalò come specie spontanea a San Pietro il pino d'Aleppo: “… L’isola di San Pietro, di circa 16 miglia quadrate, presenta un ammasso di scogliere scoscese, di aspre collinette disseminate di cespugli e di boschetti di pini che servono alla costruzione delle barche…. Lo stesso Moris indicò come specie nuova astragalo marittimo Moris un paleoendemismo relitto, una piccola pianta erbacea che vive esclusivamente sull’isola di San Pietro; la pianta fu scoperta nel mese di gennaio (1927), priva perciò di infiorescenze, assieme ad alcuni semi rinvenuti nel terreno; ciò impedì al Moris di farne una descrizione completa e approfondita. Dopo la segnalazione del Moris non fu più rinvenuto nessun esemplare, anche perché l’ubicazione fornita dallo studioso era molto vaga (in arenosis lotoreis Spalmatura de fora insulae San Pietro januario mense…). La vastità della zona indicata probabilmente impedì in seguito a molti ricercatori la riscoperta dell’Astragalus, che avvenne invece nel 1973 durante una campagna di studi promossa dai ricercatori De Marco e Mossa. I due studiosi individuarono una ristretta area della zona dello Spalmatore di Fuori un centinaio di esemplari di questa nuova e unica specie sparsi su poche centinaia di metri quadrati.

 

Numerose inoltre le testimonianze dei grandi viaggiatori stranieri quali il francese Antoine Claude Valéry, gli inglesi Henry Smith e Charles Edwarder, le cui osservazioni, anche di natura economica e sociale, sono di grande effetto descrittivo, come le pagine relative alla pesca del tonno. Ricordiamo anche le straordinarie descrizioni dell’isola e della sua gente contenute nelle appassionanti Cacce Sottili di Ernst Jünger. per finire con le indimenticabili pagine del giornalista genovese Giovanni Ansaldo del 1955 di cui citiamo un estratto:

“La terza bellezza di Carloforte è la traversata tra l’isola grande, la Sardegna dei nuraghes, e l’isola piccola detta di San Pietro su cui Carloforte si annida con le sue casettine nitide e lucenti nel primo sole; sul braccio di mare che pare chiuso a mezzogiorno dall’altra isola di Sant’Antioco, e la mattina si rischiara e si imbianca, e la sera si inazzurra e s’incupisce.

E là in fondo l’isoletta, che man mano che il vaporetto le si avvicina appare per tutti i suoi pendii rassomigliante ad un presepio che i cappuccini fanno in certe chiese di Genova e della Riviera. I grandi massi trachitici tabulari che ne costituiscono la massa hanno l’aria di essere fratelli di quei fabbricati con la carta dipinta a picchettature di colori vari che serve a fare i monti del presepio.

Le macchie di olivastri e di lentischi che si vedono coprire la parte più alta dell’isoletta fanno sentire la loro parentela con le rame di ginepro, di pungitopo e di corbezzolo che un tempo i lattai di Bavaro e di Apparizione portavano giù dai monti le mattine prima di Natale, nelle case dei propri clienti, a Genova per mettere il verde nel presepe, che altrimenti sarebbe rimasto troppo nudo. E le casette, sparse su tutti i pendii dell’isola, sembrano, da lontano, non costruite là, ma collocate là da un “presepita” estroso e ricercatore dell’effetto pittoresco. Finchè poi il vaporetto si avvicina e si accosta: allora il presepe si anima e davanti a voi si apre un porticciolo di riviera...”.

 

 

Astragalo marittimo Moris
Pinna nobilis
Falco grillaio
Foca monaca
Gatto selvatico
Volpe
Martora
Coniglio
Pino d'Aleppo
 

 

 

Testo e immagini prelevate da "CARLOFORTE e l'isola di San Pietro" di Luigi Pellerano

 

 

 

 

 

 

 

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