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Mamma Mahon
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“A
scuola mi hanno insegnato che la fortuna è una dea cieca o
bendata
che ha la facoltà di dare il bene o il male. A Mahon
invece
ho scoperto che la Fortuna è una donna dagli occhi
buonissimi
che parlano prima della bocca.”
Così il
comandante del cacciatorpediniere
Mitragliere,
Enrico
Lai, scrisse di lei al suo ritorno in Italia, al termine di
una prigionia di 16 mesi consumata sull’isola di Minorca
subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
Era uno dei
1800 marinai italiani che a bordo dell’incrociatore
Attilio
Regolo, dei cacciatorpedinieri
Carabiniere,
Fuciliere,
Mitragliere e della torpediniera
Pegaso, fuggirono dopo l’affondamento della corazzata
Roma, dalle acque della Maddalena verso il porto neutrale di
Porto Mahon in Spagna, dove giunsero dopo una
drammatica navigazione, incalzati da una squadriglia di caccia
tedesca, il 10 settembre 1943.
La
situazione degli equipaggi era disperata: secondo le
convenzioni internazionali, dopo 48 ore le navi dovevano
riprendere il mare oppure gli equipaggi dovevano
consegnarsi
alle autorità militari spagnole. Il caos politico che seguì
l’8 settembre e la mancanza di ordini dal nuovo governo
italiano lasciarono sconcertati i comandanti delle navi, che
cercarono di prendere tempo prima di una decisione finale.
È a questo
punto che intervenne Fortuna Novella.
Carlofortina,
discendente dalla famiglia di armatori di una flottiglia di
coralline dell’isola di San Pietro, dopo aver sposato un ricco
commerciante spagnolo si era stabilita a Porto Mahon, dove
viveva in una grande casa presso il mare e dove era rimasta
anche dopo la morte del consorte Antonio Riudavetz,
sopravvenuta qualche anno prima. Giunta a conoscenza della
grave situazione in cui si trovavano gli equipaggi delle navi,
la signora italiana si mobilitò; mise a frutto le sue
conoscenze, fece valere lo spirito fraterno che anima i popoli
non belligeranti, convincendo gli ufficiali delle navi a farsi
internare dopo avere ottenuto dal comando spagnolo di poter
rimanere a bordo delle proprie navi. Da quel momento
“Villa
Fortuna” diventò la casa dei marinai italiani bisognosi di
cure, asilo, assistenza o conforto materno, e restò tale fino
al 15 gennaio 1945 quando finalmente le navi,
finita la
guerra, poterono rientrare nei porti italiani.
Il
mito di
Mamma Mahon, come verrà ricordata dai reduci, riecheggiò negli
ambienti militari e nel 1950 la Marina Italiana onorò i caduti
sepolti nel cimitero di Minorca, dove le tombe dei marinai,
curate e custodite dalla signora Fortuna, vennero sostituite
da un monumento marmoreo. Nel 1952, dopo ripetuti inviti,
finalmente la mamma dei marinai d’Italia, com’era ormai
conosciuta, giunse a Roma, dove ricevette onori e
riconoscimenti che culminarono con l’udienza privata
concessale dal papa Pio XII.
Dopo esser ritornata per un
lungo
periodo di vacanza a Carloforte, fu richiamata a Roma, il 30
luglio 1953, per ricevere dal presidente della Repubblica
Luigi Einaudi la
Stella della solidarietà italiana.
Ritornata a Minorca, nel 1979 cesserà di vivere, immersa nella
quiete di quella casa che era stata teatro del suo nobile
gesto d’amore e di solidarietà.
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